COSA C’E’ DOPO LA MORTE: ECCO LA VERITA’ – VIDEO

cosa c'è dopo la morte

A uno dei miei figlio prediletti, un tempo permisi di vedere cosa c’è dopo la morte, e lui, con le capacità che aveva, riuscì bene a mettere per iscritto tutto ciò che vide.

Ma Voi non volete credere, nonostante le Prove che Vi ho portato dell’Esistenza di Dio 

Quindi ho deciso di farvi dare un’occhiata anche a Te, si, proprio a Te che in questo momento leggi e dubiti, dubiti della fede e della potenza di Dio, dell’esistenza di un essere superiore, vedrai con i tuoi occhi la vita dopo la morte, vedrai le cose belle che abbiamo preparato per te , sempre che tu riesca a credere in qualcosa, vedrai, apri il tuo cuore, ma sopratutto i tuoi occhi, guarda questo video e leggi cosa hanno visto le persone cosa c’é al di là della vita

 

  • La gloria di colui che tutto move 
  • per l’universo penetra, e risplende 
  • in una parte più e meno altrove. 
  • Nel ciel che più de la sua luce prende 
  • fu’ io, e vidi cose che ridire 
  • né sa né può chi di là sù discende; 
  • perché appressando sé al suo disire, 
  • nostro intelletto si profonda tanto, 
  • che dietro la memoria non può ire. 
  • Veramente quant’io del regno santo 
  • ne la mia mente potei far tesoro, 
  • sarà ora materia del mio canto. 
  • O buono Appollo, a l’ultimo lavoro 
  • fammi del tuo valor sì fatto vaso, 
  • come dimandi a dar l’amato alloro. 
  • Infino a qui l’un giogo di Parnaso 
  • assai mi fu; ma or con amendue 
  • m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso. 
  • Entra nel petto mio, e spira tue 
  • sì come quando Marsia traesti 
  • de la vagina de le membra sue. 
  • O divina virtù, se mi ti presti 
  • tanto che l’ombra del beato regno 
  • segnata nel mio capo io manifesti,
  • vedra’mi al piè del tuo diletto legno 
  • venire, e coronarmi de le foglie 
  • che la materia e tu mi farai degno. 
  • Sì rade volte, padre, se ne coglie 
  • per triunfare o cesare o poeta, 
  • colpa e vergogna de l’umane voglie, 
  • che parturir letizia in su la lieta 
  • delfica deità dovria la fronda 
  • peneia, quando alcun di sé asseta. 
  • Poca favilla gran fiamma seconda: 
  • forse di retro a me con miglior voci 
  • si pregherà perché Cirra risponda. 
  • Surge ai mortali per diverse foci 
  • la lucerna del mondo; ma da quella 
  • che quattro cerchi giugne con tre croci, 
  • con miglior corso e con migliore stella 
  • esce congiunta, e la mondana cera 
  • più a suo modo tempera e suggella. 
  • Fatto avea di là mane e di qua sera 
  • tal foce, e quasi tutto era là bianco 
  • quello emisperio, e l’altra parte nera, 
  • quando Beatrice in sul sinistro fianco 
  • vidi rivolta e riguardar nel sole: 
  • aquila sì non li s’affisse unquanco.
  • E sì come secondo raggio suole 
  • uscir del primo e risalire in suso, 
  • pur come pelegrin che tornar vuole, 
  • così de l’atto suo, per li occhi infuso 
  • ne l’imagine mia, il mio si fece, 
  • e fissi li occhi al sole oltre nostr’uso. 
  • Molto è licito là, che qui non lece 
  • a le nostre virtù, mercé del loco 
  • fatto per proprio de l’umana spece. 
  • Io nol soffersi molto, né sì poco, 
  • ch’io nol vedessi sfavillar dintorno, 
  • com’ferro che bogliente esce del foco; 
  • e di sùbito parve giorno a giorno 
  • essere aggiunto, come quei che puote 
  • avesse il ciel d’un altro sole addorno. 
  • Beatrice tutta ne l’etterne rote 
  • fissa con li occhi stava; e io in lei 
  • le luci fissi, di là sù rimote. 
  • Nel suo aspetto tal dentro mi fei, 
  • qual si fé Glauco nel gustar de l’erba 
  • che ‘l fé consorto in mar de li altri dèi. 
  • Trasumanar significar per verba 
  • non si poria; però l’essemplo basti 
  • a cui esperienza grazia serba. 
  • S’i’ era sol di me quel che creasti 
  • novellamente, amor che ‘l ciel governi, 
  • tu ‘l sai, che col tuo lume mi levasti.
  • Quando la rota che tu sempiterni 
  • desiderato, a sé mi fece atteso 
  • con l’armonia che temperi e discerni, 
  • parvemi tanto allor del cielo acceso 
  • de la fiamma del sol, che pioggia o fiume 
  • lago non fece alcun tanto disteso. 
  • La novità del suono e ‘l grande lume 
  • di lor cagion m’accesero un disio 
  • mai non sentito di cotanto acume. 
  • Ond’ella, che vedea me sì com’io, 
  • a quietarmi l’animo commosso, 
  • pria ch’io a dimandar, la bocca aprio, 
  • e cominciò: «Tu stesso ti fai grosso 
  • col falso imaginar, sì che non vedi 
  • ciò che vedresti se l’avessi scosso. 
  • Tu non se’ in terra, sì come tu credi; 
  • ma folgore, fuggendo il proprio sito, 
  • non corse come tu ch’ad esso riedi». 
  • S’io fui del primo dubbio disvestito 
  • per le sorrise parolette brevi, 
  • dentro ad un nuovo più fu’ inretito, 
  • e dissi: «Già contento requievi 
  • di grande ammirazion; ma ora ammiro 
  • com’io trascenda questi corpi levi».
  • Ond’ella, appresso d’un pio sospiro, 
  • li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante 
  • che madre fa sovra figlio deliro, 
  • e cominciò: «Le cose tutte quante 
  • hanno ordine tra loro, e questo è forma 
  • che l’universo a Dio fa simigliante. 
  • Qui veggion l’alte creature l’orma 
  • de l’etterno valore, il qual è fine 
  • al quale è fatta la toccata norma. 
  • Ne l’ordine ch’io dico sono accline 
  • tutte nature, per diverse sorti, 
  • più al principio loro e men vicine; 
  • onde si muovono a diversi porti 
  • per lo gran mar de l’essere, e ciascuna 
  • con istinto a lei dato che la porti. 
  • Questi ne porta il foco inver’ la luna; 
  • questi ne’ cor mortali è permotore; 
  • questi la terra in sé stringe e aduna; 
  • né pur le creature che son fore 
  • d’intelligenza quest’arco saetta 
  • ma quelle c’hanno intelletto e amore. 
  • La provedenza, che cotanto assetta, 
  • del suo lume fa ‘l ciel sempre quieto 
  • nel qual si volge quel c’ha maggior fretta; 
  • e ora lì, come a sito decreto, 
  • cen porta la virtù di quella corda 
  • che ciò che scocca drizza in segno lieto.
  • Vero è che, come forma non s’accorda 
  • molte fiate a l’intenzion de l’arte, 
  • perch’a risponder la materia è sorda, 
  • così da questo corso si diparte 
  • talor la creatura, c’ha podere 
  • di piegar, così pinta, in altra parte; 
  • e sì come veder si può cadere 
  • foco di nube, sì l’impeto primo 
  • l’atterra torto da falso piacere. 
  • Non dei più ammirar, se bene stimo, 
  • lo tuo salir, se non come d’un rivo 
  • se d’alto monte scende giuso ad imo. 
  • Maraviglia sarebbe in te se, privo 
  • d’impedimento, giù ti fossi assiso, 
  • com’a terra quiete in foco vivo». 
  • Quinci rivolse inver’ lo cielo il viso.

Da uno dei Miei figli prediletti: Dante Alighieri, Il Paradiso – I

COSA C’E’ DOPO LA MORTE: ECCO LA VERITA’ – VIDEOultima modifica: 2012-08-10T13:59:20+00:00da blogmaster70
Reposta per primo quest’articolo